Ogni parola si porta dietro un senso. Alcune addirittura due tre. L’importante, credo, sia comunicare quello giusto.
Ma per comunicare il senso delle parole insieme alle parole bisogna proprio che chi riceve la parola si aspetti di riceverne anche il senso. Non scappi via prima di averlo recepito.

Ho letto di recente un post scritto con ragionevole e comprensibile intento su cosa sia l’handmade e cosa non lo sia.

Credo personalmente che tanto spesso sia solo una definizione, per di più vaga. Che andrebbe approfondita laddove ci interessi farlo. Viviamo un’epoca di confusione, di rinascite, di trasformazioni, di passaggi. Di incertezze, del troppo, del tanto, di fuffa. Di social e di guerre, di precarietà e spersonalizzazione.
Una lattina ci dice se siamo belli, donne o zie. Un barattolo di cioccolata ci chiama per nome.
Il valore di quello che siamo lo indica i risultato di una gara truccata o mai corsa. Per presentarci bene abbiamo sempre bisogno di dire quello che vorremo fare prima ancora di raccontare quello che abbiamo già fatto. C’è voglia di fare.

Allora tutti fanno.

Alcuni fanno tutto, altri fanno alcune cose. Poi ci sono quelli con un ‘idea, un progetto, che cercano di fare proprio quello, che lottano per vederlo crescere, arrancano perché è difficile trovargli spazio e dargli voce. E ancora c’è chi fa’ quello che ha la capacità, il talento, l’istinto di saper fare. Chi ha studiato per fare, chi è nato per fare. Chi fa’ tanto per fare, chi deve farlo ma non lo farebbe e chi non può proprio ma ci prova lo stesso. Chi davvero non è in grado di farlo. Chi finge di averlo fatto. Chi lo fa’ meglio di tutti. Chi lo farà.

Per me anche una carezza può essere handmade. Oggi.
Una fotografia lo è. Le olive salvate dalla pioggia, un piatto illustrato, il disegno di un bambino, la pulizia del parquet. Un acquarello, l’appunto con la biro, un sms, la sciarpa di lana e le scarpe di cuoio battuto. Il pesto. Addirittura un post. Un aeroplano di carta, un sasso raccolto, la sabbia in bottiglia e un cuscino che ride. Oggi.

Non può più una parola, da sola, definire un’azione, un oggetto, una risposta, un risultato. Ma la volontà, la passione, la motivazione.
E’ quello che ci metti dentro. È testa, è cuore, è mano.

Io? No.
Non sono un’artigiana. Non faccio l’antico mestiere di impagliatore, non sono ceramista, non calzolaio o non ebanista.
Non avrò neppure con certezza un ricambio generazionale da salvaguardare perché i miei figli e le loro vite saranno troppo svelte e nuove per riuscire a trascinarsi dietro anche la mia matusa creatività. Ma faccio comunque qualcosa di handmade, headmade, heartmade.

Ed amo farlo così.

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