Attualmente, nell’Oceano, c’è un baccellone imbarcato su un’avventura mozzafiato.

La Golden Globe Race è un’incredibile regata in barca a vela, che ripercorre un’epica impresa compiuta negli anni sessanta: il giro il mondo, in solitaria, senza supporto tecnologico nè soste previste.

Francesco Cappelletti è il solo italiano ad essersi iscritto.

Abbiamo la stessa età, io e lui: io però sono una con mille idee messe insieme tutte per aria, lui invece al momento ne ha una che vale più delle mie mille e che sta portando fiducioso a fare il giro dei mari. Un esempio da ammirare. Un esempio bello, sano, valido, proprio da ammirare.

Ho solo sfiorato la sua conoscenza eppure mi è bastata per capire che nella vita se vuoi dire che ti piacerebbe fare qualcosa poi devi almeno provare a farla.

Non è detto che ci riuscirai, o che andrà come immaginavi tu, come speravi, come preferivi, come gli altri ti hanno incoraggiato a credere che andrà. Però se ci provi davvero, con onestà verso te stesso e pensiero, audacia e determinazione, fatica, consapevolezza e slancio positivo, un qualunque risultato comunque lo otterrai. E potrai andarne fiero, alla grande.

Francesco l’ho conosciuto per via del mio papà, che ha i piedi fatti di sale marino e si tuffa sulla sabbia ogni volta che può; che salperebbe domani per vivere di pesce affidandosi alle stelle. Lui mi ha raccontato dell’impresa che il suo giovane amico stava preparando.

Mi sono subito appassionata al progetto, ho cercato in rete, visto il percorso, sentito interviste, scoperto un mondo di cui non conosco nulla se non l’effetto che fa avere il vento in faccia ed i piedi a penzoloni nel blu, quando qualcuno però solca i mari al posto tuo e ti porta comodamente con sè.

È toscano e ama la vela, quella senza fronzoli. Ama navigare.

L’ho compreso quando alla sede della Lega Navale di Roma, dove ho avuto modo di conoscerlo, nel presentare il progetto parlava di un sacco di cose tecniche (tra tutte io ho capito solo “timone ” ), sprigionando tanta di quell’energia contagiosa e positiva, che uscendo da lì ho quasi creduto di avere in tasca la patente nautica.

L’euforia mi è rimasta addosso anche dopo quella sera in cui, un pò sperandoci, un pò giocando, un pò credendoci davvero, ho regalato a Francesco un baccellone marinaro, a strisce bianche e blu, con il cielo stellato sul retro, affidandoglielo come un vero oggetto transizionale da portare con sè, in quel viaggio pazzo.

Una sorta di Wilson in Castaway, avete presente? Quello è uno dei riferimenti primi nel mio progetto. Un vero cult del mio percorso creativo. È così che immagino la vita dei baccelli che finiscono in ogni casa, in ogni abbraccio: un oggetto amichevole che diventa salvagente di uno spazio quotidiano o di un semplice ricordo; un custode silenzioso di stati d’animo infiniti.

Con accogliente gentilezza e l’ironia del caso, Francesco mi ha promesso che avrebbe portato davvero con sè, quella creatura rigata. Non può aiutarlo a governare la barca, quindi il regolamento lo ha consentito.

Sono seguiti mesi faticosi di lunga e meticolosa preparazione, in parte sperimentale, sua e della barca.

Dopo svariati mesi con cappello di lana e tuta da lavoro in cantiere ha preso vita la sua barca: si chiama 007, la missione sembrava impossibile ma a sentire lui invece restava la cosa più fattibile di sempre.

(Io in tre mesi ho tenuto in cantiere questo post, lui nello stesso tempo ha finito per davvero una barca per veleggiare nell’Oceano…)

Coraggioso, determinato ma non imprudente. Finché non era certo che fosse tutto al suo posto Francesco è rimasto ormeggiato in porto a Les Sables D’Olonne.

Il suo progetto molto ambizioso è stato anche molto costoso e senza grandi sponsor a sostenerti, in casi così, la fatica diventa purtroppo anche un pò zavorra.

Ha visto partire acclamati e filmati da gran parte del mondo gli altri partecipanti in gara, dopo aver aspettato quel momento per più di un anno, nel suo cuore da molto di più. La sua famiglia, la sua compagna Silvia, i suoi amici, chi ha avuto modo di conoscerlo, in qualche modo hanno continuato a sostenerlo, tutti lì, tra la poppa e la prua di quel sogno.

Francesco è partito una mattina di metà luglio, con il sole addosso ed il molo gremito di applausi sinceri, ma fuori dal tempo massimo per potersi accodare al resto dei velisti in gara. È rientrato comunque in un programma parallelo.

Per accompagnare l’immagine romantica di questa storia posso dirvi che per un lungo tratto i delfini lo hanno seguito e che qualcuno vocifera di aver sentito una balena non distante dall’imbarcazione gialla…

Foto di Andrea Falcon

Potete sapere del suo percorso fatto di venti felici ed aria immobile, di distese di azzurre e blu, di intoppi e conquiste, leggendo i suoi messaggi radio che rimbalzano in rete sulla pagina Facebook, ( Francesco Cappelletti – Golden Globe 2018) perché c’è dentro una bellissima storia da conoscere e magari raccontare.

Da qualche giorno Francesco è in Brasile, dove ha dovuto necessariamente fare tappa a Salvador de Bahia per via di un brutto danno al timone ma aspetta solo di poter riprendere il largo quanto prima, non importa più se ufficialmente dentro o fuori la competizione, a questo punto è solo un dettaglio.

Vorrei trasmettervi la stessa curiosità e lo stupore che ho realizzato io dal conoscere lui e di questa gara intorno al mondo, senza essere affatto pratica dell’argomento.

Credo possa fare comunque bene curiosare in questa storia, seguirne gli sviluppi, perché la curiosità alimenta sempre ogni processo creativo ed esalta gli intenti umani.

Questa è una cosa bella. E nel mio piccolo, stupita ed emozionata, vi invito ad appassionarvi, ad incoraggiare Francesco, che sapere di essere supportato non fa mai male a nessuno.

E poi tra le righe di questa curiosa storia, almeno quelle bianche e blu, in fondo in fondo, ci sono un po’ anche io.

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Oggi mi sono scontrata con un post sul re-styling di una cameretta per bambini e sono rimasta un po’ perplessa da alcuni commenti che seguivano.

Si riferivano al retrogrado stereotipo del blu e del rosa, prima ancora che all’idea pratica, di cui trattava il post, della divisione cromatica utilizzata per ottimizzare uno spazio.

(Idea che a prescindere dai miei pigmenti prediletti ho trovato interessante nella sua semplicità e che probabilmente userò nel prossimo futuro.)

Non citerò nessuno per chi non l’ha letto, e non mi addentrerò troppo a lungo nel buco nero del dibattito, l’ho presa però come spunto per parlare del colore e difenderne i valori.

Lo penso da sempre ma mentre lo riscopro anche da madre, così tanto da vicino, lo vedo sempre anche durante i miei laboratori creativi. Al fatidico momento della scelta dei tessuti e delle vernici, femmine e maschi ribaltano ogni etichetta esistente e lo fanno senza bisogno di suggerimenti. Autonomamente mostrano gusti irreversibili rispetto a gradazioni e sfumature e scelgono spesso tinte poco comuni, a volte inattese. Sorprendente. Per qualcuno addirittura deludente. Eppure Il blu e il rosa sono solo dei colori tra gli altri, ma attenzione, proprio come tutti gli altri.

E va da sé che hanno quindi lo stesso diritto di essere scelti e risultare preferiti.

Restano il blu ed il rosa e non devono diventare bla e rosu, sembrare più rosso o meno tendente al viola per non offendere la dignità dei piccoli, per azzerare le differenze e rendere tutti più consapevoli sulle uguaglianze. Lo sanno pure i muri che ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.

La tolleranza dei sistemi universali, l’educazione al buon senso, la correttezza ed il rispetto verso gli altri, la modernità dei pensieri, la reciproca comprensione, lo scambio di opinioni, l’intelligenza, la cultura, la parità dei diritti, come lo smarrimento del clima, la geografia, la natura, la fisica e la biologia, secondo me, ma è solo un’opinione, vanno insegnate con altri mezzi, magari cercate altrove.

Io i colori li uso parecchio e ci ho guardato dentro, ma a parte la fantasia infinita, nel rosa giuro che queste altre cose non c’erano.

Vado a vedere se tante volte si sono nascoste nel blu, ma ho come uno strano presentimento.

Per l’appunto. Come dicevamo il lavoro non si regala, nonostante io sia quella dello sconto facilone. A te perché che sei amico dell’amico del mio amico, a te che hai la faccia simpatica, a te che sei stato così paziente, a te che hai almeno un figlio dell’età di uno dei miei…

Cioè dove e quando posso arrotonderò ma credetemi, il black friday per un creativo è quando ogni venerdì spenge la luce e mette a letto i pensieri.

Quest’anno, nella settimana del tutto fuori ovunque a prezzi pazzeschi e prima ancora che la slitta prenda il volo carica della qualunque, ho scelto anche io di farvi un regalo. Vi vengo incontro, come posso. Compreso il senso letterale. Ci diamo proprio una punta a metà strada, nel pacco regalo che dedicherete a quella persona speciale.

Mamme in cerca di qualcosa di gratis! Questa è anche per voi!

Da condividere quanto volete. E se gradite potete farci un post!

Intanto se la scaricate (qui) potete divertirvi anche con i bimbi ad appenderla in attesa che sia natale.

Le spese di spedizione sugli ordini e sugli acquisti da fare entro la fine di novembre saranno gratuite in tutta Italia.

La cosa carina è che potrete decidere la data di consegna ( compatibilmente alle possibilità postali) in cui far recapitare i vostri baccelli regalo direttamente sotto l’albero del destinatario, impacchettati a festa, con dedica inclusa da parte vostra.

Per consultare le disponibilità fatevi un giro sulla pagina Facebook e il profilo Instagram @ibaccelli.

Per info ed ordini personalizzati scrivete a i_baccelli@yahoo.it

Ovvero come fingere di essere influencer.

L’influenza se vuoi te la fai venire. La storia è vecchia come il cucco ma ho avuto compagni di classe che giuro, stavano male davvero pensando che gli convenisse starci. Accade così in questi tempi, che oltre a convincere te stesso, i familiari ed il prof, devi accumulare post di collaborazioni come tacchette della febbre, per salvarti dall’interrogazione finale. Chi sei, da dove vieni e quanto fa tendenza il tuo giudizio?!

Nascono così generazioni di influencer smarrite.

Alcuni non se ne accorgono, sono sicura. Ma non cambia il fattaccio.

Da qualche tempo ricevo proposte di collaborazione.

Quelle che arrivano a me non sono quelle che vorreste avere voi. Ecco, neppure io.

Sono di quelle collaborazioni che si fanno chiamare così ma che in verità nascondono uno smascherabile ‘ Mi piace davvero un sacco quello che fai ma solo se me lo regali prima’.

Whats app? Cioè, cosa accade veramente?

Volevo far sapere a queste persone che pensandoci su bene anziché esserne gratificata mi sento particolarmente offesa dal genere di proposte.

Dietro ogni mia creazione, unica, singola, non replicabile, io ci investo, gioia, creatività, fatica, ore, estro, studio, testate al muro di coscienza.

Giovani marmotte del 2017 dovreste capire cosa state chiedendo ed a chi, possibilmente almeno il giorno prima di chiederlo per avere tempo di elaborare il piano B.

In tutto il subbuglio di nuovi trend, usi e costumi di instagram, facebook e tutte quelle menate a cui ancora non sono arrivata nel mio lentismo atavico, comprendo che ci possa essere in giro una quintalata di ignoranza.

Montagne di faciloneria.

Pensa l’inesperto: ma in quell’oceano di possibilità, scusa, perché non posso tuffarmici anche io? Sai perchè? Perchè per fare i tuffi ci vuole stile. E tecnica.

O la capocciata con splash di panza sarà l’ inevitabile sound che ti martellerà per i prossimi mesi.

Te lo dico io che nella mia vita precedente ero una creativa pubblicitaria e le regolette di base per far funzionare il carrozzone sono sempre state queste, anche per te, che oggi ti senti influencer e sei certa di raggiungere il Cosmo Pavone entro la fine dell’anno sabbatico.

Chi ha un prodotto da comunicare, un pò da sempre, sceglie chi è più bravo a comunicarglielo dopo aver ricevuto un’accurata presentazione, una sbrodolata di possibilità e tanto sbattimento dimostrativo; molto spesso previa gara ed ore piccole, ansia da prestazione e corsa al sacco con realtà simili alla sua.

Sto dicendo che in teoria, quindi, funzionerebbe al contrario, t’è capì?

Una volta scelto nasce la committenza, ovvero ti retribuiscono per farlo. Oppure, se il team è lungimirante, sbuca fuori addirittura una collaborazione, roba utile da entrambe le parti.

Si chiama, comunque lo fai, investimento.

Ecco, se mi chiedi di investire su di te, amica che collabori con le aziende famose, ma trovi che io minuscola handmaker sia più facilmente abbordabile, sforzati lo stesso una lenticchia di più. Che a Capodanno porta anche soldi. Proponimi un piano. Se non è un piano suicida io ti seguirò.

Intanto i tuoi numeri me li gioco sulla ruota di Roma e se escono, giuro sulla Ferragni, smezziamo.

 È passato un mese, del nuovo anno, e superate le influenze di stagione e io devo ancora superare il Natale, del vecchio anno.

Abbiamo già chiarito che non sono un tipo costante, ma così è decisamente troppo.
Non posso proprio proseguire a tenere in casa un blog se non scrivo quant’è vero oggi, e dico oggi, questo post.

Era ieri.

S’era detto almeno uno al mese, s’era detto almeno quando c’è qualcosa di importante da comunicare ma no, niente.
Il marketing palestrato, quello in ascesa libera, quello lì, che nella vita produce e fa carriera , lui che mi ammicca da ogni finestra aperta sugli schermi, evidentemente su di me non suscita sufficiente appeal.
Preferisco il marketing pigro e brizzolato, quello da “aspetta che ora ti vendo tutto il magazzino ma prima devo finire un’altra cosa”. Quello che ti sussurra negli occhi “ti prometto che un giorno ti saprò commercializzare”. E intanto ti invecchiano le idee. Mi piace perché, romanticamente, sono certa che diventeremo anziani lì, sulla panchina del basso profitto, ma insieme.

Bene, all’inizio di dicembre c’è stato un evento di cui avrei dovuto scrivere, già in ritardo, almeno ad inizio novembre. Soprattutto perché lo stavo organizzando io stessa. Sarebbe stata la redenzione di questo spazio: volevo citare tutti, linkare il linkabile, invitare l’invitabile. Dare un senso di utilità a queste mie parole. Contribuire allo svezzamento del nostro progetto. Puntare sulla promozione dei propri contenuti attraverso i propri mezzi… Se, Vabbè.

Grazie alle mie compagne di merenda ed organizzazione però, Ornella Sprizzi, Sara Marroni e Manuela Tamburelli, per fortuna il Merryhandmade Roma c’è stato ed è stato  un successone.


Una scoppiettante seconda edizione (purtroppo sul mio blog non troverete traccia neppure della prima ma seguite la pagina facebook , spulciate nel web, guardate i video, leggete i blog degli altri e  l’Instagram per vedere un po’ tutto ), una nuova arricchente esperienza, una fonte sorprendente di creatività, un pozzo di idee, un’esplosione di possibilità.
Non voglio dilungarmi sulla serietà dell’evento, sulle sue caratteristiche e sulla sua storia. Da dove nasce e cosa diventa. E soprattutto non parlerò qui della percezione giusta o sbagliata che ha prodotto: siamo nel 2017 e di moda, come ogni anno, torneranno gli anni ’80.

Però voglio farmi una domanda.Ma a noi, chi c’è l’ha fatto fare a farlo di nuovo ?!

La verità è che siamo quattro entusiaste. Quattro tipe gioiose, quattro creative felici, esaltate sì ma dall’euforia della felicità degli altri. Quattro creature con la voglia di fare, di colmare, di sperimentare, di conoscere e contaminare. Perché crediamo in noi e negli altri, nelle capacità di sorprenderci per prime e per ultime, perché vogliamo creare spazio utile per chi ne cerca come noi. Per provare e vedere che succede.

Sì. Ok. Tutto bellissimo. Ma mi ero chiesta un’altra cosa:Ma a noi, chi c’è l’ha fatto fare a farlo di nuovo ?!

Ah ok, la verità è che in effetti siamo matte. Siamo del tutto fuori di testa. Quattro persone esaurite e quattro madri incoscienti, destabilizzate da nove figli e diversi mariti atei di fantasia, errabondi lavoratori ignari di photoshop. Siamo quattro pazze furiose che credono che esista la forza di volontà e di condivisione per far crescere un sacco di cose belle, di talenti, di occasioni. E che dissociarsi a volte serve ad associarsi. Siamo quattro impavide svalvolate, anzi a dire il vero molto pavide, piagnone e impressionabili, crediamo ancora a babbo natale, al bianconiglio, al babau, e a tutti quelli che ci hanno fatto BOOH! durante l’organizzazione.

Scaltramente abbiamo tirato fuori un’attrezzatura che neppure i Ghostbusters ( in parte noleggiata) ed alla fine sconfitto il Marshmallow gigante, una roba zuccherina abnorme che sembra dolcissima e poi ti accorgi che è stomachevole.

Sta di fatto che sicuramente siamo quattro, come loro ed il lieto fine ce lo siamo meritato; e che il Merry Handmade è diventato nelle nostre teste e nei nostri cuori, ed anche sul nostro merchandising consapevolmente il Merry and Mad.

Se solo voi poteste ascoltare almeno un 10% dei vocali che abbiamo prodotto durante il mese di novembre capireste.
Se solo ci fosse la possibilità di produrre energia alternativa con i minuti accumulati di conversazioni non dovremmo più affidarci alle pale eoliche.

Invece, purtroppo, mentre i pannelli solari fanno il loro, il nostro scambio bimestrale di messaggi whatsapp ci è costato solo troppe ricariche telefoniche, una discreta ipertensione, saltuaria afonia, cronica disfonia, un principio di sordità ed una totale e devastante dipendenza da auricolare.

È andata comunque alla grande, è stato bello. A questo punto voglio scriverlo solo per ricordarmelo, per ricordarcelo. 



Due giornate, tra il derby è il referendum, due capannoni, uno trendy l’altro groundy. Una bella atmosfera familiare. Un arcobaleno che ha unito i due in un ponte di codici pantone (non vorrei sbilanciarmi ma in mezzo credo di aver visto il Greenery).

Ospiti, professionisti, docenti, conoscenti, amici favolosi.
Trenta espositori, belli da vedere e curiosi da conoscere; pieni zeppi di produzioni , di capacità. Desiderosi di mettersi in gioco. Sorridenti, fiduciosi, interessati.

Un’idea regalo collettiva di sviluppo, miglioramento, formazione, crescita che ci è costata una scommessa e più di una notte in bianco.


Collaboratori, sostenitori, supporter. Blogger e speaker, di emozioni oltre che di eventi.
Partner coloratissimi, profumati, gustosi, utili, meno utili, presenti, meno presenti, molto intraprendenti o poco reattivi ma tutti comunque molto sorprendenti.


Tanta partecipazione; visitatori motivati, allegri, ironici, chiacchieroni, pieni di pacchetti regalo e di creatività a portar via. Fare e far fare. Mi pare che anche stavolta abbia funzionato. Mio marito, per dire, è tornato a casa con mezzo chilo di tagliatelle fatte da lui e la promessa di cucinare una volta a settimana. Ve lo dico, vale l’evento.

Alla fine di tutto ciò insomma mi dispiaccio davvero solo di una cosa: che i miei venti followers del blog, i riders soprattutto, non siano stati avvisati per tempo.
Sarebbe stato fighissimo, ora che ci penso, introdurre in tutto questo un raduno di harleysti. Ho già un paio di idee…Sarà per la prossima stagione?

Se volete restare informati provate intanto a seguirmi qui.
Qualche parola sulle mie peripezie mi sfugge sempre, anche prima che si concludano.
……..

Ma si fanno i credits alla fine di un post? Tipo, i titoli di coda?
Non lo so, comunque voglio ringraziare davvero tutti, con quel GRAZIE che per me è una parola con più di sei lettere. 


il-riprendiamiche-da-scaric

Un planning mensile per pianificare in modo divertente e forse efficace le uscite con le amiche del cuore negli anni 2000.

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I post utili, è evidente, non sono i miei preferiti.

Non amo segnalare situazioni che mi vedranno coinvolta. Quando lo faccio è sempre troppo tardi sulla tabella di marcia dell’utilità, e non amo realizzare resoconti di quelle situazioni perché ricostruirle è faticoso e non mi emoziona quanto viverle. Quando lo faccio è sinceramente per ringraziare chi le permette.

Eppure, qui dentro, io preferisco di gran lunga parlarvi di certe cose che accadono in maniera casuale, che mi colpiscono inattese e di passaggio.

Come di quel bambino che ieri, durante l’inaugurazione di un negozietto delizioso, per 40 secondi è rimasto fermo occhi negli occhi, a palmo amico, con uno dei baccelli sullo scaffale. Io l’ho visto per caso, lui non lo sa ma mi ha fatto un regalo.

Chissà se fosse un saluto il suo, oppure lo studio incerto dei materiali. Se volesse provare a prenderlo o solo dargli una misura. A me in ogni caso è parsa l’epifania di una scoperta.

Bambino che passavi di lì, molto sensibile o solo molto pensieroso, tu mi hai fatto venire in mente una scena magica di un film magico.

Commossa, da un’associazione di immagine, ti ringrazio.

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